Quando un collega cresce più di te e ti senti fermo, quell'invidia sottile che ti stringe lo stomaco non fa di te una brutta persona. Ecco come gestirla in quei momenti, cosa ha da dirti quel fastidio, e come uscire dal confronto per rimetterti a fare la tua parte.
Stai scrollando il telefono a fine giornata, sul divano, con quella stanchezza che non è ancora sonno. E lo vedi. Il post di uno che conosci, magari uno con cui hai pure collaborato tempo fa. Ha appena ricevuto la targhetta dei centomila iscritti, la foto del pacco aperto, la faccia felice. Tu sei lì, con i tuoi numeri piccoli che non si schiodano da mesi, e senti una fitta. Non gioia per lui, non del tutto almeno. Qualcosa di più scomodo, che poi ti fa vergognare di averlo provato.
Qualche giorno fa ho letto lo sfogo di un ragazzo, in una community di creator alle prime armi, che diceva più o meno questo: «una persona con cui ho collaborato ha appena preso la sua targa dei 100k, e io sono ancora qui a fare video per venti persone. Sono contento per lui, davvero, ma perché mi sento così di merda?». Sotto, decine di risposte. Tutte da gente che quella sensazione la conosceva a memoria. Se la conosci anche tu, sei in buonissima compagnia.
Perché fa così male quando un collega cresce più di te
Partiamo da come ti senti, perché è lì che si gioca tutto. La fitta che provi ha un nome vecchio come il mondo, e uno psicologo, Leon Festinger, lo aveva studiato già negli anni Cinquanta con la sua teoria del confronto sociale. In due parole: il nostro valore lo misuriamo sempre guardando chi ci sta intorno. E più uno ti somiglia, più il confronto pesa. Ecco perché il successo di uno sconosciuto lontano ti lascia indifferente, mentre quello di un collega che è partito quando sei partito tu, che fa il tuo stesso mestiere, ti entra dritto sotto pelle.
Il problema è che oggi questo confronto non lo fai più ogni tanto, per strada o a una cena. Lo fai in continuazione, a ogni scroll, con centinaia di persone alla volta. E quello che vedi di loro è solo il montato, la parte scelta, il traguardo mostrato senza i tre anni di buio che c'erano prima. Tu confronti il tuo dietro le quinte, con tutta la fatica e i dubbi, con la scena finale degli altri, già illuminata e col sonoro giusto. È una partita truccata in partenza, e la stai perdendo contro un'illusione.
Perché provi invidia e cosa ti sta dicendo
Adesso la parte che di solito nessuno ti dice. Quel fastidio, per quanto sgradevole, è un'informazione preziosa su di te. L'invidia si accende solo per le cose che vuoi davvero. Nessuno invidia il campione di una disciplina che non gli interessa. Se il traguardo di quel collega ti brucia, è perché quel traguardo lo vuoi anche tu. Quindi, prima di scacciare la sensazione come se fosse una vergogna, fermati un secondo e ascoltala. Ti sta indicando una direzione.
Prova a farti una domanda precisa, la prossima volta che ti rode: cosa, di preciso, sto invidiando? A volte scopri che a bruciarti è quello che c'è dietro il numero: la libertà che gli dà, o il fatto che lui pubblica con una leggerezza che tu hai perso, o che si sta divertendo mentre tu ti sei incartato. La risposta cambia tutto, perché ti dice su cosa lavorare. L'invidia generica ti schiaccia. La stessa invidia, guardata da vicino e fatta a pezzi, diventa una bussola.
C'è però un modo sano di stare in questa cosa e uno che ti avvelena. Ammettere «lo vorrei anch'io» ti mette in moto. Rimuginare «lui sì e io no, non è giusto» ti inchioda al divano. La differenza la fai tu, con quello che decidi di farne.
Come gestire l'invidia senza farti divorare dal confronto
Veniamo al pratico, perché capire da dove nasce una cosa non basta a spegnerla. La prima mossa, la più concreta, è tagliare l'alimentazione. C'è uno studio interessante, firmato da un gruppo di ricercatori guidato da Hanna Krasnova, che ha misurato proprio questo: seguire gli altri in modo passivo, guardare e basta senza mai partecipare, alimenta l'invidia, e l'invidia a sua volta abbassa la soddisfazione della propria vita (lo trovi nel loro lavoro «Envy on Facebook»). Non solo. Tra le cose che fanno più rodere ci sono proprio i viaggi, le relazioni e i successi professionali degli altri. Cioè esattamente il feed di un collega che sta sfondando.
La cura, allora, comincia da un gesto banale: smetti di stare in tribuna. Se un profilo ti fa stare male ogni volta che lo apri, smetti di aprirlo per un po'. È una questione di igiene mentale. Silenzialo, togliti dalla posizione dello spettatore che guarda gli altri vivere e torna a essere uno che fa. Il tempo che passi a controllare quanto crescono gli altri è tempo tolto al tuo lavoro, e per giunta ti lascia peggio di come eri.
La seconda mossa è ancora più semplice, e per me è stata la più utile di tutte. Quando l'invidia sale, invece di lasciarla girare a vuoto, usala come benzina e vai a fare una cosa tua. Una sola, subito. Gira quel video che rimandi da settimane, scrivi quel post, chiama quel cliente. Il fastidio è energia, e l'energia o la bruci facendo o ti brucia dentro. Sposti l'attenzione dal loro contatore alla tua prossima mossa, ed è l'unico posto dove hai davvero potere.
Come staccare il tuo valore dal contatore degli altri
Resta la questione di fondo, quella che nessun trucco risolve del tutto: hai legato quanto vali a un numero, e a un numero che per giunta è degli altri. Finché il metro sarà «quanti follower ha lui rispetto a me», perderai sempre, perché ci sarà sempre qualcuno più avanti. È una corsa senza traguardo, dove anche vincere una tappa ti lascia subito con un nuovo davanti da inseguire.
L'unico modo per uscirne è cambiare il metro. Smettere di misurarti sul contatore e ricominciare a misurarti sul percorso: sto migliorando rispetto a sei mesi fa? Il video di oggi è più mio, più chiaro, più fatto bene di quello di prima? Sto parlando alle persone giuste, anche se sono poche? Su questo, e solo su questo, hai il controllo. E qui il numero degli iscritti conta molto meno di quanto sembri: ne ho scritto in Vanity metric: quali metriche social contano davvero, perché il contatore è quasi sempre lo specchietto che ti distrae da ciò che porta risultati veri.
Te lo dico da uno che il confronto lo conosce bene. Vengo dal cinema, un mondo dove ogni giorno vedi qualcuno più bravo, più veloce, più premiato di te, e dove è facilissimo passare le giornate a rodere per il festival che ha vinto un altro. Ma la macchina da presa, quando la accendi, non sa niente dei premi degli altri. Sa solo cosa hai da raccontare tu, adesso. Il collega che ha preso la targhetta non ti ha tolto niente. Il suo traguardo è suo, il tuo è ancora tutto da girare, e l'unico modo per avvicinartici è smettere di guardare il suo e tornare al tuo. Gestire l'invidia, alla fine, è tutto qui: prendere quella spinta che ti rode e rovesciarla nel lavoro di oggi, invece di lasciarla girare a vuoto davanti allo schermo. Se in certi giorni ti chiedi se abbia senso continuare con numeri così piccoli, ci ho dedicato un pezzo apposta: Il mio canale non cresce: ha senso continuare?.